La fondazione: grande evento o semplice mossa politico-militare?

Oggi a noi appare, ed è nella storia, un grande evento. Allora fu una semplice mossa politico-militare di sfondo economico, dettata dalla strategia del momento, che si sarebbe anche potuta esaurire con la vittoria di Federico, coronato a Roma dall’antipapa nel 1167, ma poi assente dall’Italia dal marzo 1168 sino alla fine di settembre del 1174: un periodo di cui la civitas nova si valse per entrare nel gioco politico dell’Italia nord-occidentale ed affermare il proprio spazio operativo.

La fondazione di Alessandria, fra la convergenza dell’Orba con la Bormida e quella di quest’ultima col Tanaro, venne a colmare la mancanza d’un grosso centro abitato nella pianura fra Tortona ed Acqui. La scelta del luogo fu una scelta perfetta non soltanto per l’aspetto militare nel quadro di allora, ma altresì e soprattutto per il rapporto con la viabilità di quel tempo e dei tempi futuri sino ad oggi. Alessandria, sorta al centro dello sbocco della via della valle Stura – Orba, da Genova, nella pianura, poco lungi dall’analogo sbocco della via della Bocchetta da Genova, della via della valle Scrivia da Genova e della Bormida da Savona e dal Finale, nonché proprio sulla via meridionale padana, nel tratto da Asti a Tortona, e sulle vie verso il Po e l’Oltrepò padano, era inoltre unita dall’ultimo tratto del corso del Tanaro alle vie fluviali del Po e del Ticino, con la possibilità di raggiungere Asti anche per via del Tanaro, lungo il tratto del corso del fiume tra le due città. Tutti questi fattori contribuirono a portare la nuova città, in pochi decenni, ad un notevolissimo sviluppo urbano e mercantile, nella conquista d’un suo proprio contado, con la nascita di nuovi centri abitati nel territorio circostante ed un rilevante scombussolamento dell’influenza di Asti e di Acqui sul territorio medesimo (G. Redoano Coppedè).

Ma già nel momento della fondazione un primo interrogativo si pone. Fu, quella di Alessandria, una fondazione programmata, con una cerimonia ad hoc, come si è talvolta immaginato e si è scritto, op- pure si trattò di un processo di aggregazione spontanea, graduale, senza piani prestabiliti, per lo meno in un primo momento, come ritiene qualche autore, ad esempio Fausto Bima, la quale solo in un secondo tempo venne codificata dalla Lega che la fece propria e l’accolse in sé?

L’operazione venne formalmente intrapresa, stimolata e diretta, più o meno apertamente dai consoli delle città della Lega, che evidentemente se ne assunsero la responsabilità, mancando il beneplacito imperiale, come d’obbligo, e forse essi medesimi scelsero il nome della nuova città? Fu davvero finanziariamente sostenuta, non si sa bene come (prestito? donativo?) dal governo di Genova. Come dicono gli annalisti genovesi, che riteniamo bene informati, dato il loro carattere ufficiale e quindi i contatti con il ceto di governo, e comunque non interessati ad evidenziare movimenti nell’Oltregiogo?

Una risposta del tutto esauriente appare impossibile, data la contraddittorietà delle altre fonti del tempo, narrative e documentarie. Ad esempio, i testi di Sigerico e di Romualdo Salernitano possono indurre ad ipotizzare uno spontaneo sinecismo: «In Italia homines agrarii marchisi de Montferat cum quibusdam militibus, terras suas et possessiones relinquentes cum uxoribus et filiis, urbem novam (…) edificant», dice il primo; e il secondo: «Multi eniim nobiles et populares viri, de terra prænominati marchionis oriundi (…), relictis habitationibus suis, in quadam planicie pariter convenerunt et, adiuvantibus eos Mediolanensibus et aliis Lombardis, in eadem planicie civitatem de novo ædificare ceperunt.».

I due autori concordano sul fatto che si trattò di sudditi del marchese di Monferrato; però alcune differenze intercorrono tra l’uno e l’altro. In Sigerico si sottolinea la distinzione tra due gruppi di qualificazione sociale: contadini e milites, ma non si dà una valutazione quantitativa nel complesso, mentre si sottolinea in un certo modo, con la dizione: quibusdam militibus, la minore entità numerica di questi ultimi. Per Romualdo Salernitano fu un consistente movimento di trasferimento demico di un certo livello, come lascia intuire il termine viri, seppure distinti in due categorie socio-giuridiche (nobiles, populares), senza interna valutazione quantitativa, mentre si sottolinea, con la voce pariter, il fatto associativo tra gli uni e gli altri su piano di uguaglianza socio-giuridica nella costituzione della nuova entità demica in una quadem planicie innominata, quasi come una terra di nessuno.

Due elementi emergono in evidenza: c’è il raduno «in una certa pianura», di cui Romualdo non fornisce il nome, come non ne dà notizia Sigerico, il quale tuttavia non ricorda l’azione collettiva dell’immigrazione; e c’è l’adozione, in Romualdo Salernitano, della voce civitas, che sottolinea il fatto socio-giuridico a differenza di Sigerico in cui il termine urbs qualifica unicamente la strutturazione urbanistica della nuova città. Si aggiunge che soltanto in Romualdo si accenna all’aiuto, – non ad iniziativa si noti, – dei milanesi e degli altri lombardi.

Viceversa l’imperatore Federico nel testo del reclamo contro Cremona nel 1184 indica esplicitamente i promotori ed autori della fondazione della nuova città, la quale trasse origine – egli dice – «de tribus locis, Gamunde vicelicet et Meringin et Burgul: cioè Gamondio, Marengo e Bergoglio. Non si dà il nome del luogo del raduno, apparendo tuttavia questo già indicato con una certa precisione nella specificazione del sito sul Tanaro donde si operò il più breve trasferimento: Bergoglio. Né si dà qualificazione giuridica dello status curtense dei tre centri demici concorrenti alla fondazione: essi sono indicati semplicemente come «luoghi», come si usava dire genericamente dei posti abitativi (ricordiamo la consueta definizione documentaria dell’epoca che richiama il locus et fundus) ancora in gestazione o di recente formazione demica, oppure di elementare personalità giuridica. In realtà il Barbarossa, nel 1185, cioè dopo la Reconciliatio Norimberge, non intese tanto sottolineare l’azione illegale, quale era stata la fondazione della nuova città senza autorizzazione imperiale, quanto indicare semplicemente la provenienza dei gruppi umani che le avevano dato origine.

Il luogo di fondazione e i nomi della città

Dunque, un primo grosso problema: quale fu esattamente il luogo in cui sorse il nuovo agglomerato demico? Nei primi vent’anni della sua storia la nostra città presenta nelle fonti quattro diverse denominazioni: Alessandria, Cesarea, Palea, Rovereto, oltre alla designazione generica, abbastanza frequente, di civitas nova o nova civitas (ed alla più rara designazione di urbs nova), che tuttavia non ha dato origine alla voce toponimica di pur essa presente altrove nella toponomastica italiana.

Alessandria e Cesarea sono toponimi di origine antroponimica: toponimi ufficiali, di cui il primo fu assunto od accolto dagli stessi abitanti-fondatori, in onore del papa Alessandro III, seppure senza sanzione giuridica superiore; il secondo venne imposto dall’imperatore nella Reconciliatio Norimberge del 1183 (mi sembra poco convincente la tesi di quanti hanno sostenuto che Cesarea fu effettivamente il primo nome della città), ma fu presto obliterato dagli stessi abitanti del luogo, come un elemento estraneo alla loro coscienza ed individualità collettiva.

Palea e Rovereto classificano ecologicamente il sito della fondazione: Rovereto, che è nome ufficiale, richiama l’originario bosco di roveri del luogo in cui sorse un curtis regia e che viene adottato quando si vuole in qualche modo conferire personalità giuridica, oltre che precisa ubicazione topografica, alla nuova entità alessandrina, priva di riconoscimento legale. Altrettanto si fece nel trattato tra gli alessandrini e il marchese di Gavi del 15 agosto 1172 occorrendo una equiparazione di efficacia operativa tra le due parti contraenti per la validità stessa del trattato, mandando invece la personalità giuridica di Alessandria.

Il vero e proprio toponimo dell’area, su cui sorse la civitas nova, è però quello di Palea, che, secondo la più diffusa interpretazione corrente, vuole indicare il luogo palustre; nel nostro caso specifico la pietraia fluviale alla confluenza tra la Bormida ed il Tanaro, od anche, come mi sembra abbia inteso Francesco Cognasso, il punto maggiore del modesto rialzo del suolo che lo sottrae alle inondazioni ed agli impaludamenti. Un conforto a questa tesi mi sembra sia venuta dalla grande alluvione del novembre 1994 che, per lo straripamento del Tanaro, sommerse parte dei piani bassi della città, risparmiando l’area relativa all’odierna porta Genova, sulle strade di Marengo e Gamondio (Castellazzo Bormida).

Alexandria civitas de Palea, Alessandria città della Pietra, come scrive l’Anonimo Laudunense. o Alexandria Palearum urbs, città delle Pietre, come dice Goffredo da Viterbo, contro Alessandria della Paglia secondo l’interpretazione dispregiativa adottata dai nemici pavesi. Questa è comunque l’indicazione più precisa circa l’ubicazione della nuova città, che non si colloca dunque esattamente nel sito dell’area attuale di Santa Maria di Castello, cioè nel sito dell’antica curtis di Rovereto, la quale venne inglobata topograficamente solo in un secondo momento nel centro demico posto in essere dalle decisioni dei consoli della Lega e dell’azione, dagli immigrati confluiti da Gamondio, Marengo ed altri luoghi. L’area deserta di Palea rientrava però nella circoscrizione distrettuale della curtis di Rovereto, e ciò dà ragione, se l’ipotesi è esatta, dell’alternanza dei toponimi localizzatori di Palea e Rovereto nelle fonti coeve o immediatamente posteriori alla fondazione quando vogliono indicare l’ubicazione esatta della nova civitas.

Da Gamondio, Marengo e Bergoglio il movimento sinecistico s’incentrò dunque su Palea entro lo spazio distrettuale appartenente alla giurisdizione territoriale della curtis regia di Rovereto: il che tosto portò quest’ultima ad essere inclusa, volente o nolente, nella struttura urbanistica della civitas nova.

Fu confluenza di un flusso immigratorio, graduale e spontaneo o, per lo meno in un primo momento, preordinato ed organizzato in un luogo deserto, comunque inabitato? Come già detto, mi sembra che questa sia l’ipotesi più plausibile e meglio documentata, confortata anche dal testo del compromesso di Montebello dell’aprile del 1175, da quello della pace tra Federico I ed i tortonesi del 1176, da quello della pace pavese-tortonese del 1180. Né contraddicono, anzi confermano, gli Annali genovesi quando scrivono, nel 1183, dell’urbs «quam consules civitatum construxerant et quam nomine Alexandriam appellabant» alludendo all’azione della Lega, che era stata sorretta nel 1168 – come dicono ancora gli Annali – dall’intervento finanziario del Comune genovese: «(…) eis (ai consoli della nova civitas) solidos mille dederunt: reliquos mille accepturi ab intrantibus consulibus».

Fu un’occupazione arbitraria, formalmente illegale, di un’area di pertinenza del marchesato di Monferrato, dipendente per vincoli feudali dai Marchesi del Bosco; un’occupazione suggerita dalla posizione favorevole del sito, non soggetto alle alluvioni, lungo il tragitto per la Lomellina, nel punto di raccordo tra le strade di Gamondio e Marengo ed il nodo di Bergoglio nell’Oltretanaro, appoggiato, sull’opposta sponda del fiume, alla curtis di Rovereto. Nel territorio possedevano da tempo beni immobili e diritti di varia natura anche i Malaspina, gli Obertenghi, il monastero del Salvatore e quello di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. Un documento del 20 novembre 1179, registrato nel cartulario del notaio Arnaldo Cumano di Savona, edito da Laura Balletto, e di cui si è già detto, attesta che il defunto marchese aleramico del ramo del Bosco, Guglielmo Picalora, aveva concesso in feudo ad un eminente personaggio genovese, Ido Piro, per uno dei suoi figli, tutto ciò che egli possedeva «nel territorio di Rovereto, “dove ora si dice Alessandria”, nel luogo denominato Bormiola, presso Sant’Andrea». I figli del defunto marchese, nella data sopra indicata, confermarono la concessione ad Ido Piro.

Dal tenore del documento si ricava che le terre di appartenenti ai Del Bosco, si trovavano nella parte meridionale dell’area di Rovereto, dove s’insediò, con la fondazione della città, il quartiere di Porta Gamondio (proprio la parte che si è salvata dall’inondazione del novembre 1994), e che la concessione ad Ido Piro era anteriore alla fondazione della città, quando cioè al posto di questa c’era soltanto la curtis di Rovereto. I Genovesi intervennero dunque attivamente nella nascita della nuova città non soltanto con i finanziamenti del 1168 e 1169, ma anche con la preventiva e preveggente acquisizione territoriale là dove sarebbe sorto il nuovo nucleo abitato, cioè nello spazio brado, contiguo alla curtis roveretese, verso il braccio della Bormida nel luogo detto comunemente Palca.

Il popolamento di Alexandria civitas de Palea

Al popolamento della città concorsero inizialmente, tre o quattro gruppi d’individui, appartenenti ad almeno due categorie economico-sociale con diversa qualificazione giuridica, secondo i parametri del tempo. Sono, come già si è detto, homines agrarii, gente di campagna, agricoltori, villici, insieme però con alcuni milites, nei quali devono vedersi evidentemente con qualificazione giuridicamente specifica, i capi del movimento immigratorio: sono populares e nobiles, secondo altra classificazione. Ma ciò che più a noi interessa rilevare è la concordanza delle fonti narrative sul fatto che sono tutti uomini del marchese di Monferrato: così si sottolinea il movimento ribellistico che, molto probabilmente stimolato dalla Lega e dall’intervento genovese, spinse questi individui, con i propri familiari, a rompere gli schemi feudali e signorili di tradizione ultrasecolare, per organizzarsi in una nuova formazione comunale, la quale nel 1168 è già strutturata secondo il sistema comunale consolare.

Vengono dalle più lontane Gamondio e Marengo, dalla più immediata Bergoglio, al di là del fiume, per concentrarsi sull’area di Palea, contigua a Rovereto, i cui abitanti restarono probabilmente in sito, essendo gradualmente e forse forzatamente inglobati nel tessuto urbano della nuova città. Sicché, se si vuole stabilire un progresso cronologico nella formazione demica alessandrina, ritengo che i roveretesi debbano collocarsi in un immediato secondo momento, sebbene Rovereto venga indicata da varie fonti come il centro stesso della fondazione, in quanto era l’unico nucleo abitato in sito, al di qua del Tanaro, che possedesse una qualificazione giuridica, cioè quella di curtis, mentre l’agglomerato nuovo in Palea, per quanto si autodefinisse civitas o urbs, non aveva qualificazione di sorta sul piano del diritto feudale internazionale. In realtà Rovereto dovette dapprincipio rappresentare un ostacolo per la nuova formazione demica alessandrina, passibile di essere trainata nel fisco statale entro il distretto della curtis regia, titolare del territorio. Epperciò talune fonti non la nominano tra i caposaldi della recente fondazione, facendo essa parte per di più della diocesi di Pavia, schierata con l’antipapa: non mi sembra casuale la circostanza per cui in un documento del 1199 si ricordano Marengo, Gamondio, Foro e Solero, «de quibus est fundata Alexandria», mentre Rovereto non compare.

Sembra invece non fortuito l’accenno a Villa del Foro, la classica Forum Fulvii che, come ha acutamente sottolineato Nino Lamboglia, portava alla nuova città, priva di personalità giuridica, almeno indirettamente il prestigio dell’antico municipio romano. Proprio per questa ragione ritengo che gl’immigrati da Villa del Foro siano stati tra i primi gruppi d’individui (od anche famiglie singole), stimolati o favoriti o comunque decisisi ad intervenire nella fondazione alessandrina. Una riprova ci è fornita dal fatto che uno dei tre consoli della nuova città, evidenziati la prima volta che essa compare alla storia il 3 maggio 1168 nella riunione della Lega Lombarda a Lodi, è un Oberto del Foro. Gl’immigrati da Foro fanno dunque già parte del nuovo complesso demico, forse addirittura in precedenza sull’aggregazione di Rovereto. Forse si volle in tal modo, cioè con il richiamo sottinteso all’antico municipium romano, dare una validità o parvenza di validità giuridica alla nuova fondazione di fronte al Barbarossa ed ai suoi richiami e riferimenti alle istituzioni del mondo classico.

Tutto ciò dà effettivamente l’impressione di un movimento immigratorio pluralistico, sviluppatosi in breve tempo, anzi già all’origine, secondo la nota e discussa tesi di Fausto Bima, quando asserisce: «Non è vero, come comunemente si dice, che sia stata la Lega ad avere promosso la fondazione della città: è vero il contrario, e cioè che furono quegli abitanti a pensare di trovare nella Lega e nel pontefice Alessandro III, che ne fu patrono, dei naturali alleati». Comunque l’aggregazione dai vari luoghi, che risultano nel 1176 essere stati sette-otto, naturalmente in tempi diversi, avvenne anche per quozienti numerici specifici, come è attestato dai quaranta uomini di Quargnento che vennero ad abitare in Alessandria, naturalmente con le proprie famiglie, sulla fine di settembre 1168, quando il vescovo di Asti s’impegnò a favorire la costruzione ed il popolamento della nuova città, compresa la costruzione del ponte sul Tanaro.

Se da Gamondio, Marengo e Bergoglio si muove il primo movimento sinecistico spontaneo (anche se stimolato o incoraggiato) per la creazione d’una nuova città, concentrandosi su Palea, nello spazio distrettuale della curtis regia di Rovereto, il che portò quest’ultima ad essere inclusa, volente o nolente, nell’ambito della civitas nova, questa risultò formata, in breve volgere di tempo, dalle prime tre immigrazioni collettive, dall’inclusione di un nucleo insediativo curtense preesistente, dall’afflusso, pressoché immediato, di gruppi familiari od anche di singole entità rappresentative, come nel caso di Villa del Foro e di Quargnento. L’infelice campagna federiciana del 1175 fece il resto, consentendo il libero afflusso di nuovi immigrati che portò il tessuto demico di Alessandria al complesso degli otto «luoghi» di cui parla il trattato di pace tra Federico imperatore e Tortona, citando gli «homines qui de octo villis infrascriptis apud Paleam collecti sunt: Marenge, Gamundi, Ouilli, Four, Bergul, Solero, Wargnent, Rouere».

La collocazione della fondazione della nuova città

Quando possiamo collocare la fondazione della nuova città, se ci fu un vero e proprio atto formale, come resta ancora da dimostrare? Quando essa compare alla storia, il 3 maggio 1168, ha già raggiunto una configurazione topografica, urbanistica ed amministrativa definita, quale dimostra la sua struttura di governo della comunità secondo l’ordinamento consolare della collettività, di cui tuttavia non conosciamo i particolari burocratici. Certamente agirono nella configurazione dell’assetto civico le suggestioni della Lega; ma non dovettero mancare gli stimoli e le esperienze genovesi, dal momento che la Superba si mostrò interessata alla costituzione della nuova città, prima in via privata (richiamiamo l’episodio di Ido Piro), poi con l’intervento dal finanziamento pubblico.

Riteniamo pertanto che, quando i Milanesi, di cui parlano il Burcardo e Giovanni Codagnello, i Milanesi, i Piacentini, i Cremonesi, a cui accenna Alberto de Bonzanis, appoggiarono nel 1167-68, accanto alla rinascita di Tortona, devastata dalle forze imperiali, anche la costituzione di un nuovo centro abitato, in posizione di caposaldo tra le valli del Tanaro e della Bormida, a controllo e incisione del marchesato di Monferrato, essi tennero presenti, soprattutto i Milanesi ed i Piacentini, non soltanto le esigenze politico-militari della Lega, ma ugualmente, se non più ancora, gl’interessi dei propri commerci con Genova, avviati ad una vigorosa espansione attraverso la grande porta sul Mediterraneo occidentale, donde i Piacentini, ad esempio, giungeranno numerosi nel secolo XIII fino al regno cristiano della Piccola Armenia. Genova poteva inoltre favorire la ripresa dei rapporti con il Sacrum Imperium, con cui la Superba non interruppe mai un tratto positivo, anche nei momenti di massima tensione.

È vero: quando compare improvvisamente alla storia, nel maggio del 1168, Alessandria è già retta da un regime consolare, anche se non risulta quanti fossero allora i consoli, perché non è detto che i tre presenti alla riunione della Lombarda in Lodi fossero l’intero corpo dei reggenti della nuova città ancora in corso di costruzione; anzi è assai probabile che ne fossero un’ambasceria, essendo restati gli altri colleghi agl’impegni del governo civico.

Nel 1169 Alessandria ha già un Consiglio di Credenza, composto di 100 cives, mentre qualche tempo dopo si addiviene alla costituzione di un Consiglio Generale, detto dei Duecento Otto, composto per metà di famiglie del Comune e per metà di famiglie del Popolo: dove io ritengo debba vedersi la distinzione tra i nobiles ed i populares viri, ricordati da Romualdo Salernitano, o se, si preferisce, tra i milites e gli homines agrarii, di cui ci parla Sigeberto.

Tutto ciò riguardava l’ordinamento interno del nuovo centro abitato, rispondeva alle esigenze della comune nuova convivenza tra gl’immigrati da luoghi diversi, concerneva persino i rapporti con i centri vicini che fossero disposti ad intrattenerli, indipendentemente, per ragioni politiche, dall’abnorme situazione giuridico-territoriale della nuova città. I cui interni ordinamenti giuridici non sanavano però né l’arbitrio dell’occupazione di aree territoriali altrui senza autorizzazione, né la rottura dei vincoli giuridici che stringevano gl’immigrati nella nuova città alle strutture signorili e feudali dei luoghi di provenienza, comprese le stesse strutture diocesane, pievane e parrocchiali con i loro vincoli per le sacre funzioni e per i pagamenti delle decime, sebbene in questo settore i nuovi cives portassero con sé gli originari diritti e doveri.