Premesse per la fondazione

Novi rappresenta in certo modo la premessa ad Alessandria. Banditi gli elementi leggendari o ipotetici sull’esistenza dell’insediamento in epoca romana e sulle sue vicende in età longobarda e franca, resta il fatto che il castrum è sicuramente documentato nel 1080, mentre il burgus appare in piena efficienza di vita, politica, economica e sociale, nel 1135: il che rende indubbia la fondazione del castrum almeno sul finire del X secolo, come in altri luoghi del territorio dell’odierno panorama alessandrino, e lo sviluppo del burgus almeno sul finire del XI secolo. L’uno e l’altro sono almeno in parte connaturati con lo sviluppo dei traffici genovesi sulle vie tra la Liguria e la val Padana, in particolare di quelli sulle strade di Voltaggio e Gavi per Gamondio, da un lato, Tortona dall’altro.

La fondazione di una nuova chiesa, poco prima del 1135, estranea all’antica sede pievana ed inclusa nel borgo, con dedica a san Nicola, mette in evidenza la mutata prospettiva d’azione del centro abitato, che si apre ad iniziativa politica della comunità. La nuova chiesa infatti non è rivolta soltanto all’officiatura delle ss. Messe, ma anche alle esigenze civili della vita comunitaria, che trova in essa la sua naturale sede di esplicazione, sotto la tutela del luogo consacrato. È appunto in questa chiesa che nel 1135 viene ricevuta la delegazione di Genova, giunta in Novi per la stipulazione di un trattato: è qui che si è dato convegno il popolo novese, dei castrenses e dei burgenses, divisi, questi ultimi, nelle tre categorie dei ricchi, dei membri del ceto medio, dei poveri; è qui che, con votazione unanime, viene stipulato il patto con i Genovesi.

Pochi anni più tardi, nel 1140, anche Tortona stringe alleanza militare con Genova; nel contempo i marchesi Guglielmo ed Obizzo Malaspina garantiscono alla Repubblica il proprio appoggio in tutto il territorio appenninico fino a Parodi, Gavi e Montaldo. Poi Genova compera il castello di Aimero, presso Carrosio, nel 1141, e la metà di Montaldo, nel 1144; stringe un trattato con Gamondio nel 1146 ed interviene in Castelletto d’Orba. Soprattutto Gamondio con la sua vigorosa consistenza economica e militare, rappresenta per i Genovesi (e non solo per loro) un centro di grande interesse, data l’eccellente posizione sulla bassa valle Bormida, essendo un nodo di confluenza delle strade di Novi, Ovada, Acqui, Marengo, Rovereto, verso Tortona e Pavia, da un lato, verso Asti, dall’altro.

È interessante rilevare che nel 1152 i marchesi del Bosco, di famiglia aleramica, soggetti all’azione genovese per i loro molteplici legami con la riviera ligure, si muovono a favore di Gamondio con impegni militari ed una donazione di beni che secondo alcuni riguarda anche l’area di Rovereto. Genova li ha conglobati nel suo processo espansionistico nell’Oltregiogo che punta, da un lato, su Tortona ed il Pavese, dall’altro sull’area di confluenza della Bormida nel Tanaro, lungo una direttrice che la Superba si è già in massima parte assicurata con l’ingresso in Novi grazie al trattato del 1135, dove sono tenuti presenti anche i diritti di Pavia, poi in Gamondio col trattato del 1146, a cui seguirà il nuovo trattato con Novi del 1157, in piena epoca federiciana, dal quale resterà però esclusa qualsiasi influenza pavese.

Giunta proprio sul limite dell’odierno territorio alessandrino, la Superba, in un anno imprecisato, ma certo anteriore alla fondazione della nova civitas, compie l’ultimo passo per assicurarsi, in futuri sviluppi dell’organizzazione territoriale, il libero transito sui due fiumi la Bormida e il Tanaro, nel nodo strategico della loro confluenza. In un anno imprecisato, si è detto, un importante personaggio del ceto politico ed imprenditoriale genovese, Ido Piro, ottiene per suo figlio dai marchesi del Bosco, Guglielmo Pizalora, un possesso di beni immobili nell’area della località detta Bonniola, dove poi sarà Alessandria ed è documentata la chiesa di sant’Andrea.

Fu una pura circostanza occasionale? Oppure, come si crede, già si prevedevano allora o addirittura si progettavano in Genova i piani per garantirsi in futuro, in qualche modo, una presenza efficace nel nuovo insediamento destinato a sorgere in quel sito strategico sul piano commerciale e militare? È nota l’intima commistione, propria dei Genovesi tra funzione pubblica ed interesse privato, per cui l’uomo d’affari è anche uomo di governo, l’ambasciatore è anche il mercante, e il mercante conduce missioni diplomatiche, sì che non susciterebbe meraviglia la possibilità di una operazione di Ido Piro per proprio vantaggio, ma anche, nel contempo, per finalità diplomatiche del suo governo. D’altra parte il fatto, di cui si tratterà, della richiesta dei neo-alessandrini a Genova per un contributo finanziario alla costruzione della loro città fa intuire che già esistevano in qualche modo interessi convergenti tra le due comunità.