Quadro finale e inizio dell’avventura alessandrina

Problemi tra Aqui e la civitas nova

Si era frattanto esaurito lo scisma dei pontefici federiciani. Dopo che nel novembre del 1176 l’imperatore ebbe conclusa ad Anagni la pace con Alessandro III, firmata poi da lui a Venezia nell’agosto del 1177 con il pontefice ed i Comuni lombardi, l’antipapa Callisto III abdicò il 29 agosto 1178 ed il suo successore, Innocenzo III, eletto il 29 marzo 1179, verme deposto nel gennaio del 1180. Allora si cercò un accomodamento anche nella questione che contrapponeva la diocesi alessandrina, creata da Alessandro III nel 1175, alla diocesi acquese, privata di parte del suo territorio. Nel tentativo, illusorio, di soddisfare entrambe le parti, tenendo in vita la diocesi di Alessandria, il cui titolo era già di per sé una legalizzazione dell’esistenza della nuova città, e al tempo stesso riconoscendo l’importanza dell’ordinario d’Acqui, tra il luglio e la fine dell’anno 1180 l’arcivescovo di Milano, per l’incarico del pontefice, unì la diocesi alessandrina e quella acquese sotto il titolo della prima come esponente, annullò l’elezione del vescovo di Alessandria, fatta dal Capitolo della sua cattedrale; riconobbe come vescovo delle due diocesi unificate il presule d’Acqui, al quale impose di risiedere in Alessandria, essendo Alessandria qualificata come prima sede ed Acqui come seconda.

In realtà la decisione dell’arcivescovo (forse faremmo meglio dire: della Sede Apostolica), nell’intento di non confermare l’istituzione d’una nuova circoscrizione diocesana (quella di Alessandria), priva di storia, ancorandola invece alle radici paleocristiane di una sede antichissima quale quella di Acqui, comportava una diminuzione o perdita di prestigio e d’immagine per entrambi gli episcopati: per il vescovo, per il capitolo della cattedrale, per il clero, per la stessa tradizionale sensibilità dei fedeli. Si decideva infatti uno scambio tra la posizione personale di uno dei due presuli (quello di Acqui, mantenuto in ufficio, seppure sotto mutata qualificazione (ciò incideva sul prestigio anche della città), contro il fatto pubblico dell’istituzione, cioè del primo titolo ufficiale della diocesi, che vedeva però esautorato personalmente il proprio ordinario e l’operato del capitolo, mentre Alessandria perdeva la recente dignità di sede a sé stante, connaturata alla nascita della nova civitas. Tutto ciò senza poi evidenziare le precedenti contrapposizioni tra il recente atteggiamento ghibellino della più antica città contro quello guelfo della più recente.

La soluzione incontrò l’opposizione fortissima degli acquesi, che si vedevano privati della loro antica sede episcopale, risalente al secolo IV, con tutto il prestigio e tutti i vantaggi ad essa inerenti sia in ambito religioso sia per riguardo al godimento esclusivo del complesso dei beni patrimoniali della dotazione della mensa vescovile. Non meno ostili furono gli alessandrini perché la soluzione, adottata dall’arcivescovo milanese, poteva porgere il destro alle altre diocesi circonvicine a quella alessandrina per richiedere la restituzione delle parti che da loro erano state smembrate per costituire la diocesi della civitas nova.

Di fronte all’ostilità dei due vescovi interessati, sostenuti dal loro clero e dal popolo dei fedeli, le decisioni papali restarono lettera morta. Ma è facile intuire quale situazione di disagio insorgesse nel clero minore, tra gli stessi fedeli, dibattuti tra i decreti papali e le decisioni dei rispettivi ordinari diocesani, l’uno dei quali (quello di Alessandria) non intese rinunciare all’elezione e deporre la carica vescovile, pure non essendo più riconosciuto dalla Sede Apostolica, mentre l’altro (quello di Acqui) non voleva trasferirsi in Alessandria ed ivi affermare la propria autorità sul Capitolo della cattedrale ed il relativo clero, l’uno e l’altro recalcitranti ed a lui ostili. Sicché, per non complicare ulteriormente la questione, la Sede Apostolica la lasciò cadere; tutto rimase allo status quo, con la sola differenza che la sede alessandrina finì per rimanere vacante.

La soluzione del problema venne raggiunta soltanto nel 1405, in pieno dramma del grande Scisma di Occidente: forse lo scisma stesso, con la rottura traumatica di antichi schemi istituzionali, pose in evidenza la vanità d’una contrapposizione che più non rispondeva alle rinnovate strutture della società. Le due sedi episcopali furono definitivamente separate, ciascuna con un proprio vescovo. Ma per duecentotrent’anni la questione della diocesi gravò sui rapporti tra Alessandria ed Acqui e rappresentò per Alessandria un punto debole: l’unico rimasto così a lungo fra quelli connessi alla nascita della città, e certamente il meno prevedibile fra tutti: il che mette in evidenza la sua primaria importanza.

Reconciliatio Norimberge, 1183: Alessandria è «città regia»

Anche il dissidio con l’Impero si risolse per tempo, dopo che la civitas nova ebbe concluso l’accordo con il marchese di Monferrato nel 1178 e con i marchesi del Bosco nel 1180.
Nel 1183, grazie alla Reconciliatio Norimberge, Alessandria ottenne dall’Impero il riconoscimento del proprio stato giuridico attraverso la fictio iuris di una nuova fondazione e l’assunzione di un nuovo nome, per mezzo dello sgombero totale della città e del rientro in essa dei suoi cittadini sotto la guida dei messi imperiali e dell’adozione del nuovo nome di «Cesarea». Gli alessandrini. o meglio i cesariani, se da un lato ripudiarono temporaneamente il nome derivato dal papa Alessandro III (che era morto nel 1181: altrimenti la cosa forse non sarebbe stata possibile), dall’altro entrarono a fare parte della configurazione del Regnum Italiæ e recisero ogni loro vincolo con il potere marchionale: risultarono superate le clausole del trattato del 1178 coi Monferrato e quelle del 1180 con i Dei Bosco, nonché ogni altro diritto feudale e signorile, da qualunque parte provenisse. L’imperatore riservò a sé il giuramento di fedeltà da parte dei cives ed i diritti fiscali, conferendo a Cesarea la figura giuridica della «città regia», il che rappresentava una garanzia. Se in futuro i Monferrato accamperanno pretese e rivendicazioni giuridiche sulla città, queste deriveranno dall’infeudazione della città stessa a loro favore, compiuta dall’imperatore Enrico VI nel 1193, nella ripresa dei suoi progetti imperiali per quello che Giorgio Falco definisce: «L’estremo sforzo dell’Impero medievale».

Alessandria come anello di raccordo tra Genova e Milano

Mentre si adopera per sistemare i rapporti con le strutture feudali del territorio, con la potestà dell’Impero e con la questione della diocesi, la città non trascura di sviluppare una propria attività per l’organizzazione del contado, tale da vedersi assicurata la possibilità di vita autonoma, come pure per l’avvio di un processo di espansione dei traffici che la porti al rango di città-chiave nel quadro economico dell’Italia nord-occidentale. La motivazione dei traffici è una tra quelle per cui la città è sorta e su cui costruisce le prime fortune. I temi di guelfismo e ghibellismo, compreso il lungo dibattito tra gli storici sull’origine guelfa o ghibellina della civitas nova, sul suo schieramento nella Lega Lombarda come città papale, sul suo successivo isolamento nei riguardi della Lega, sono motivi transeunti rispetto ad un fondamentale elemento persistente: quello della sua funzione di anello di raccordo tra i maggiori caposaldi del quadro economico nord-italiano, quali sono appunto Genova e Milano, emersi decisamente alla storia con l’instaurazione dell’Impero affidato alla Casa di Sassonia, poi di Franconia, infine di Svevia.

Già nel 1169 gli Alessandrini sono insediati in Castelletto d’Orba, aprendosi la via del Sud: quindi ottengono vantaggi in Gavi, in modo da pervenire al versante appenninico, a diretto contatto con le posizioni genovesi. L’assedio federiciano del 1174-75, la ripresa della guerra nel 1176, con la devastazione del contado, bloccarono solo temporaneamente il processo di sviluppo espansionistico. La vittoria della lega a Legnano il 29 maggio 1176 consentì contestualmente ad Alessandria un ulteriore progresso sul percorso meridionale in valle Bormida grazie all’alleanza con il comune di Cassine, che venne a costituire un punto fermo verso il Monferrato, da una parte, e congiuntamente verso la sede episcopale d’Acqui, dall’altra.

A quanto pare, la nuova città trasse dalla sua parte anche il castello di Belmonte, nel territorio di Nizza, in valle Belbo, in modo da stabilire un tramite diretto tra la valle del Belbo e quella della Bormida, sul nodo di Cassine. Poi, nel 1179, un trattato con Fresonara garantì ulteriormente la via del mezzogiorno, verso Genova tramite la valle d’Orba. Si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un vasto programma, ad una serie di mosse sulla scacchiera politica dell’Alto Monferrato in modo che le trame esterne e quelle interne della nuova città convergano ad un medesimo fine: quello di proporre Alessandria alla Superba come l’epicentro del percorso di base tra la Liguria e la Lombardia.

Il trattato tra Alessandria e Genova del 1181 segna il punto d’arrivo di quasi tre lustri di attività da entrambe le parti per la costruzione di un sistema di rapporti bilanciato tra la valle Padana ed il mare. La civitas nova si erge diplomaticamente e giuridicamente entro un proprio spazio vitale accanto alla maggiore potenza del Mediterraneo occidentale. a cui guardano con rispetto papato ed Impero, signori feudali e Comuni cittadini. L’alleanza con Genova apre agli Alessandrini le remote prospettive dell’oltremare e, al fianco di Alessandria, allo stesso Monferrato: verso la Penisola Iberica, l’Africa settentrionale e le terre sull’Atlantico, verso la Terra Santa, Cipro e la Piccola Armenia, verso l’Egeo e Costantinopoli, la Romania ed il Mar Nero, verso il Vicino ed il Lontano Oriente.

Alessandria ha intrapreso il suo grande cammino nella storia.